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Lettera da Giovanni da Verrazzano a Francesco I - luglio 1524
La lettera-relazione del luglio 1524 in cui il
fiorentino Giovanni da Verrazzano informa Francesco I, Re di Francia,
dei successi ottenuti nel suo viaggio d'esplorazione lungo la costa
nordamericana (dalla Carolina del Sud alla Nuova Scozia).
Dieppe, 8 luglio 1524
Serenissimo Re,
Ora che sono tornato riferisco a Vostra Maestà quello che abbiamo scoperto.
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Partimmo il 17 gennaio 1524 da Deserta (Ilhas Desertas),
un isolotto disabitato situato nei pressi dell'isola di Madera, con la
Dalfina e un equipaggio di cinquanta uomini. Avevamo viveri, armi e
altri strumenti bellici e munizioni navali per resistere otto mesi.
Prendemmo la rotta di ponente (ovest) con un leggero e soave vento che
soffiava da levante (est) e percorremmo ottocento leghe (circa 4800 chilometri)
in soli venticinque giorni. Il 24 febbraio, verso le ore 16,
c'imbattemmo in una tempesta tanto violenta che credo nessun marinaio
ne abbia mai vista una simile.
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Solo con l'aiuto divino e grazie alla
solidità della nave dal nome glorioso e dal destino fortunato e
capace di resistere all'urto possente delle onde, riuscimmo a salvarci.
Proseguimmo la nostra navigazione verso ponente, con
una leggera deviazione verso nord. In altri venticinque giorni
percorremmo più di quattrocento leghe (circa 2400 chilometri)
e ci trovammo di fronte a una terra che non era mai stata vista da uomo
antico o moderno. Quando ci avvicinammo a un quarto di lega (circa un chilometro e mezzo)
ci accorgemmo che era abitato per i grandissimi fuochi accesi sulla
spiaggia. Ma non trovammo né un porto né un'insenatura
per fermarci, e finimmo per gettare le ancore al largo, inviando a
terra il battello. Scorgemmo molta gente che veniva sulla spiaggia ma
quando vedevano che noi ci avvicinavamo, scappavano. Cercammo di
rassicurarli con gesti di vario tipo e alcuni di loro si avvicinarono
esprimendo grande gioia nel vederci, mostrandosi sorpresi per i nostri
abiti, per il nostro aspetto e per il colore della nostra carnagione.
Scendemmo a terra e ciò che potemmo conoscere
della loro vita e dei loro costumi lo dirò brevemente a Vostra
Maestà. Vanno completamente nudi, ma si coprono i genitali con
pelli di piccoli animali simili alle martore attaccate a una cintura
d'erba stretta e ben intrecciata con code d'altri animali che,
tutt'intorno al corpo, gli pendono fino alle ginocchia. Il resto del
corpo lo tengono nudo e così pure la testa. Qualcuno però
porta ghirlande di piume d'uccello.
Sono di colore bruno, non molto diversi dagli Etiopi (negri dell'Africa equatoriale).
Hanno capelli neri e folti, non molto lunghi, che portano dietro la
testa a forma di codino. Per quanto riguarda la loro figura, sono ben
proporzionati, di statura media, qualche volta superiore alla nostra,
con il torace ampio, le braccia robuste, le gambe e le altri parti del
corpo ben strutturate. Hanno gli occhi neri e grandi, lo sguardo
attento e vivace. Non sono dotati di una grande forza fisica ma sono di
intelligenza acuta e sono corridori agili e molto resistenti. Non ci fu
possibile conoscere in maggior dettaglio la loro vita e i loro costumi
perché rimanemmo a terra per breve tempo e perché eravamo
sbarcati in pochi lasciando la nave ancorata al largo.
Il litorale, tutto coperto di sabbia fine, s'innalza fino quindici piedi (circa un metro e mezzo)
ed è largo una cinquantina di passi. Più oltre la terra
appare ampia e dalla sua posizione elevata si affaccia sul litorale
sabbioso con belle campagne e pianure ricoperte da grandissime foreste
- in alcune zone rade, in altre folte - con alberi di così
svariati colori, tanto belli e piacevoli a guardarsi, che è
difficili dirlo a parole.
Questa terra è ricca di animali (cervi, daini, lepri e simili),
di laghi e di stagni d'acqua viva con varie specie di uccelli adatti a
soddisfare senza difficoltà tutti i dolci piaceri della
cacciagione.L'aria è salubre, pura e temperata dal caldo e dal freddo. Il cielo è limpido e sereno, con piogge rare.
Lasciammo questa località continuando a seguire la costa che piegava di nuovo verso oriente (in direzione est-nord-est)
e notammo sul litorale un numero grandissimo di fuochi e moltissima
gente. Gettate le ancore al largo di quel litorale, perché non
c'era un porto, fummo costretti a mandare a terra il battello con
venticinque uomini per rifornirci d'acqua. Ma il mare, in quel tratto
di spiaggia aperta, s'avventava contro la riva con onde gigantesche ed
era impossibile far scendere qualcuno a terra senza correre il pericolo
di perdere il battello. Intanto vedevamo molta gente accorrere sulla
spiaggia rivolgendoci cenni d'amicizia e invitandoci e sbarcare. In
questa occasione ebbi modo di assistere a un episodio stupendo come
Vostra Maestà avrà modo di capire. Mandammo a nuoto uno
dei nostri giovani marinai per portare agli indigeni alcune
cianfrusaglie, come sonagli, specchietti e piccoli oggetti d'ornamento.
Quando egli giunse a quattro braccia di distanza da loro gettò
gli oggetti sulla spiaggia e fece per tornare indietro. Ma fu sbattuto
da una ondata in maniera così violenta che cadde tramortito e
venne trascinato a riva. Visto questo gli indigeni si precipitarono
verso di lui e prendendolo per la testa, per le gambe e per le braccia
lo portarono un po' lontano. Vedendosi trasportare in quel modo, il
giovane, terrorizzato, lanciava grandissime urla. Ed essi facevano lo
stesso nella loro lingua, facendogli segno di calmarsi e
tranquillizzarsi. Poi lo adagiarono per terra, al sole, ai piedi d'una
piccola collina e cominciarono a fare grandi gesti di meraviglia.
Osservarono con stupore la carnagione bianca, lo squadrarono per bene,
gli tolsero la camicia e i pantaloni. Dopo averlo spogliato accesero un
grande fuoco e lo avvicinarono alle fiamme. Vedendo questo i marinai
che erano rimasti sul battello si spaventarono molto - come succede
sempre a essi di fronte a ogni novità - e pensarono che gli
indigeni lo volessero arrostire per mangiarselo. Il marinaio, nel
frattempo, si era ripreso e dopo essere rimasto per qualche tempo in
mezzo agli indigeni, a segni fece loro capire di voler tornare alla
nave. Ed essi esprimendogli molto affetto continuando a toccarlo e ad
abbracciarlo lo accompagnarono fino al mare e per essere più
tranquilli salirono su un alto colle e lo seguirono con lo sguardo fino
a quando egli non salì sul battello.
Essi sono di colore nero come gli altri (che abbiamo conosciuto prima) hanno la pelle molto lucida e sono di statura media. Dimostrano poca forza ma un'intelligenza sveglia.
Partiti da qui, seguendo sempre la costa che si spostava parecchio in direzione nord, giungemmo, dopo 50 leghe (circa 300 chilometri),
a un'altra terra che sembrava molto più bella e ricoperta di
grandissime foreste in cui gettammo le ancore. Venti di noi ci
inoltrammo all'interno per circa due leghe (12 chilometri) e ci accorgemmo che la gente si era nascosta nella foresta.
Questi indigeni ci sembrarono di carnagione
più chiara di quelli visti fino ad allora. Si vestono con certe
erbe che penzolano dai rami degli alberi e che essi intrecciano con
varie corde di canapa silvestre. Vanno a testa scoperta come gli altri.
Si nutrono in prevalenza di legumi gustosissimi (fagioli), ne
hanno in abbondanza e di tipi diversi, per colore e grandezza, di
quelli in uso da noi. Praticano, inoltre, la pesca di pesci e uccelli,
catturandoli con archi e lacciuoli. Costruiscono gli archi di legno
duro e le frecce di canna, collocando all'estremità ossi di
pesci e di altri animali. In quella regione gli animali sono più
feroci che in Europa, perché sono continuamente molestati dai
cacciatori. Vedemmo molte delle loro barchette costruite con il tronco
di un solo albero, lunghe venti piedi (6 metri), larghe quattro (1,20 metri).
Nel costruirle non usano né pietre, né ferro o altri
metalli. In questa terra che noi abbiamo percorso per duecento leghe (1200 chilometri)
non abbiamo mai visto neppure una pietra. Si aiutano con il fuoco
bruciando del fusto dell'albero solo quanto basta a creare la
concavità della barca, e usano lo stesso procedimento per fare
la prua e la poppa in modo che l'imbarcazione navigando possa solcare
le onde del mare.
La terra per conformazione, fertilità e
bellezza è come l'altra. Le foreste sono poco folte e piene di
alberi di vario genere ma non particolarmente aromatici perché
la regione è più settentrionale e fredda. Notammo molte
viti selvatiche che crescendo si abbarbicano agli alberi come fanno
nell'Italia settentrionale. Se queste viti fossero coltivate come si
deve certamente produrrebbero ottimi vini perché più
volte ne ho assaggiato il frutto e l'ho trovato soave e dolce. Per gli
indigeni le viti sono importanti, tanto è vero che dovunque esse
nascono gli tolgono l'erbaccia tutt'intorno per facilitarne la
germinazione. Trovammo rose selvatiche, viole, gigli e moti tipi di
erbe e di fiori aromatici diversi dai nostri. Non avemmo modo di
conoscere le loro case perché erano situate nell'entroterra.
Pensiamo da molti segni che vedemmo che esse siano fatte di legno e di
fibre vegetali. Così pure riteniamo, sulla base di una serie di
indizi e di indicazioni, che molti di essi dormano all'aperto. Pensiamo
che anche tutti gli altri indigeni delle terre viste prima vivano allo
stesso modo.
Rimanemmo tre giorni in questo posto con le ancore
calate al largo per mancanza di porti nella zona. Decidemmo, quindi, di
riprendere la navigazione lungo la costa (che battezzammo Arcadia per la bellezza degli alberi)
seguendo una rotta di nord-est. Ci muovevamo solo di giorno e al calar
della notte gettavamo le ancore. La zona era molto verde e boscosa, ma
senza porti. Si scorgevano, di tanto in tanto, bei promontori e piccoli
corsi d'acqua.
Trovammo un uomo che si avvicinava alla spiaggia per
vedere che gente eravamo. Era guardingo e sospettoso. Ci osservava, ma
non permetteva che ci accostassimo a lui (allontanandosi se lo facevamo).
Era bello, nudo, con i capelli riuniti a nodo e di colore olivastro.
Noi a terra eravamo in venti e a forza di lusinghe riuscimmo a farlo
avvicinare fino a circa due braccia e ci faceva vedere un legno acceso
come per farci dono del fuoco. Noi, da parte nostra, facemmo fuoco di
polvere con l'acciarino e lui tremò tutto di paura. Tirammo una
carica di schioppo: restò come impietrito e pregò,
predicando come un frate. Indicando con il dito il cielo e guardando la
nave e il mare pareva che ci volesse benedire.
Dopo cento leghe (600 chilometri) incontrammo
una località molto bella, situata fra due colline in mezzo alle
quali scorreva, verso il mare, un grandissimo fiume.
Entrammo nel fiume con il battello e scendemmo a
terra. La trovammo molto popolata. Gli indigeni erano d'aspetto simili
agli altri (che avevamo conosciuto). Vestiti con penne di
uccelli di vari colori, ci venivano incontro allegramente emettendo
grandi grida di meraviglia e indicandoci il posto migliore per
attraccare con il battello.
Arrivammo, quindi, a un'altra isola, a 15 leghe di distanza (90 chilometri)
dove trovammo una bellissima insenatura. Prima di entrarvi vedemmo una
ventina di barche piene di gente che lanciando grida di meraviglia
circondavano la nave. Non si accostarono a meno di cinquanta passi, e,
fermatisi, guardavano l'imbarcazione, il nostro aspetto e i vestiti (che indossavamo). Poi tutti insieme lanciarono un urlo per mostrare la loro contentezza (nel vederci).
Riuscimmo a rassicurarli un po' imitando i loro gesti e allora si
avvicinarono tanto che potemmo lanciargli sonagli, specchietti e
cianfrusaglie varie. Essi li presero, li guardarono ridendo e senza
più paura salirono a bordo della nave. Tra di loro c'erano due
re di aspetto così bello e vigoroso che è difficile farne
la descrizione. Il primo aveva circa quarant'anni; l'altro era un
giovane di ventiquattro anni. Vestivano tutti e due alla stessa
maniera. Il più anziano sul corpo nudo indossava una pelle di
cervo lavorata come i tessuti di Damasco, con vari ricami. Non portava
niente sulla testa e i capelli li aveva riuniti e legati dietro la nuca
con diversi tipi di legature. Al collo portava una larga catena ornata
di pietre di diverso colore. L'abbigliamento del giovane era simile.
Questa è la gente più bella e di costumi più miti
che abbiamo trovato in tutto il viaggio. Di statura sono più
alti di noi, sono di colore del bronzo ma alcuni tendono più al
bianco e altri al giallo. Il volto è affilato, i capelli sono
lunghi e neri ed essi li curano moltissimo, gli occhi sono neri e
guizzanti, l'aspetto è dolce e soave alla maniera degli antichi.
(Imitando la compostezza delle statue classiche). Le loro donne
sono altrettanto belle e ben formate, molto gentili, eleganti, di
aspetto gradevole. I loro costumi e la loro continenza femminile sono
quanto di meglio si può chiedere a una creatura umana. Vanno
nude con addosso solo una pelle di cervo ricamata, come gli uomini.
Alcune di esse alle braccia portano preziose pelli di lince. Portano il
capo scoperto con i capelli fratti a trecce che gli pendono ai due lati
del petto. Le donne adulte e sposate portano acconciature simili a
quelle che usano le donne in Egitto e in Siria.
Alle orecchie portano pendenti di ogni tipo, alla
maniera orientale, e questo sia gli uomini che le donne. Tra l'altro
notammo molte lamine di rame lavorate che essi stimano più
dell'oro. Quest'ultimo non è apprezzato per via del colore. Tra
tutti i metalli, anzi, l'oro è quello di minor valore
perché di colore giallo e il giallo lo aborriscono. I colori
più amati sono l'azzurro e il rosso.
Delle cose che noi regalavamo loro apprezzarono di
più i sonagli, i cristallini azzurri e altri ninnoli da mettere
alle orecchie e al collo. Non mostravano interesse per i drappi di seta
e di oro, né di altro tipo, né gli importava di averli.
La stessa cosa succedeva con i metalli come acciaio e ferro: più
volte gli facemmo vedere le nostre armi ma non mostravano interesse per
esse né le chiedevano. Si limitavano ad ammirarne
l'ingegnosità dell'esecuzione. Facevano la stessa cosa con gli
specchi: li guardavano un attimo e ridendo li restituivano.
Sono molto generosi. Tutto quello che hanno sono
disposti a darlo. Stringemmo con loro una forte amicizia. Un giorno
prima che entrassimo con la nave nell'insenatura fummo costretti per
via del tempo cattivo a gettare l'ancora al largo a una lega (6 chilometri)
dalla costa. Allora essi vennero con un gran numero di barche sotto la
nave. Avevano i volti dipinti e imbrattati di vari colori e si
mostravano allegri e contenti. Ci portarono i loro cibi e ci indicarono
dove dovevamo gettare l'ancora, nel porto, per mettere al sicuro la
nave. Ci accompagnarono con le barche e rimasero con noi fino a quando
non calammo l'ancora.
In quest'insenatura rimanemmo quindici giorni,
rifornendoci delle cose di cui avevamo bisogno. E ogni giorno venivano
indigeni a vedere la nave portando con sé le loro donne. Di esse
sono molto gelosi. Quando salivano a bordo della nave, anche se vi
restavano a lungo, facevano aspettare le donne nelle barche. Li
pregammo in tutte le maniere promettendogli regali di ogni tipo, ma non
le fecero salire a bordo.
Ci recammo più volte nell'interno, per cinque o sei leghe (30 e 36 chilometri),
e trovammo la terra di una bellezza indescrivibile e adatta a ogni
genere di colture: frumento, vino olio; perché in esse ci sono
campagne larghe da venticinque a trenta leghe (150-180 chilometri) aperte e senza alcun impedimento di alberi e di una tale fertilità che qualsiasi seme darebbe un ottimo frutto.
Quanto alle foreste, esse in un modo o nell'altro,
possono essere tutte attraversate anche da un esercito numeroso.
Nelle foreste crescono querce, cipressi e altri alberi sconosciuti in
Europa. Trovammo ciliegi, prugni, noccioli e molti tipi di frutta
diversi dai nostri.
Animali ce ne sono moltissimi: cervi, daini, linci e altre specie che
essi catturano - come gli altri indigeni - con archi e lacciuoli, che
costituiscono per essi le armi principali. Le loro frecce sono lavorate
con grande abilità, mettendo nella punta, al posto del ferro,
smeriglio, diaspro, marmo duro e altre pietre taglienti. Di queste si
servono al posto del ferro per tagliare alberi e costruire le loro
barche da un solo fusto di legno. Con grande maestria essi ricavano dal
fusto una superficie concava in cui possono trovare posto comodamente
da quattordici a quindici persone. Hanno un remo corto che s'allarga in
punta e di cui si servono in mare ricorrendo solo alla forza delle
braccia, senza alcun pericolo e imprimendo alla barca tutta la
velocità che vogliono.
Penetrando nell'interno vedemmo le loro case. Sono
costruite in forma circolare con una grandezza di quattordici o
quindici passi sovrapponendo semplicemente alberi piegati a semicerchio
e coprendoli con stuoie di paglia abilmente intrecciate che li riparano
dal freddo e dalla pioggia. Non c'è dubbio che, se essi avessero
attrezzi perfezionati come quelli che noi abbiamo, costruirebbero
edifici magnifici. Tutto il litorale è pieno di pietre cerulee,
cristalline e d'alabastro, ed è per questo che esso è
pieno di insenature e luoghi di riparo per le imbarcazioni.
Spostano le case da una località all'altra a
seconda della fertilità del terreno e a seconda del tempo che
sono rimasti in un posto. Portano via solo le stuoie di copertura e
all'istante hanno le nuove abitazioni belle e pronte. In ogni casa
vivono il padre con la sua famiglia che può essere
numerosissima. In alcune abitazioni contammo da venticinque a trenta
persone. Si cibano soprattutto di legumi, come gli altri indigeni. Ma
essi li producono con tecniche di coltura più raffinate,
tendendo presente l'influsso lunare dei semi, la nascita delle Pleiadi
e molti altri elementi indicati dagli antichi. Importanti per la loro
alimentazione sono anche la cacciagione e i pesci. Vivono a lungo e
raramente cadono malati. Se sono feriti, senza gemiti, si curano da
soli con il fuoco. Pensiamo che perlopiù muoiano di vecchiaia.
Hanno uno spiccato senso della compassione e della generosità
nei riguardi del loro prossimo. Nelle disgrazie si profondono in
lamenti e nelle avversità si ricordano di tutti i momenti
felici. Quando muore un parente ricorrono al Pianto siciliano misto a
canto, prolungandolo per molto tempo. Questo è quanto potemmo
conoscere di loro.
Cinquanta leghe (300 chilometri) dopo, spostandoci più a nord, scoprimmo una terra montagnosa, piena di foreste molto folte formate da abeti, cipressi (abeti canadesi)
e altri alberi del genere che crescono nelle regioni fredde. Gli
abitanti della zona erano diversi da tutti gli altri: se quelli erano
di modi e comportamenti gentili, questi, invece, erano pieni di
crudeltà e cattive abitudini, tanto selvaggi che non riuscimmo
mai, per quanti segni facessimo, ad avviare una conversazione con loro.
Indossano pelli d'orso, di lince, lupo marino e d'altri animali, si
cibano, per quello che potemmo sapere visitando più volte le
loro case, di cacciagione, di pesci e di alcuni frutti che sono una
specie di radici prodotte spontaneamente dalla terra. Non hanno legumi,
né vedemmo alcun segno di coltivazioni. E del resto la terra, a
causa della sua sterilità, non potrebbe dare nessun seme o
frutto. Se qualche volta accettavano di barattare le loro cose con le
nostre si mettevano su un punto scoglioso del litorale dove più
violentemente si infrangeva il flutto del mare. E mentre noi stavano
nel battello con una corda ci tiravano quello che ci volevano dare
gridando di continuo che non ci avvicinassimo a terra e che dessimo
subito la roba in cambio. Delle nostre cose accettavano soltanto
coltelli, armi da pesca e metalli taglienti.
Non davano nessuna importanza agli ornamenti. Quando
non avevamo più niente da barattare, senza che noi li
provocassimo gli uomini ci facevano tutti i gesti dispregiativi e
disonorevoli che può fare una persona scostumata, come mostrare
il culo, e scoppiavano a ridere. La terra dove essi abitano si trova a
latitudine 43 e 2/3. Contro la loro volontà scendemmo a terra
con venticinque uomini armati, e ci inoltrammo nell'interno per due o
tre leghe (12-18 chilometri). Quando sbarcavamo ci scagliavano
frecce con gli archi lanciando grandi urla e poi fuggivano nelle
foreste. Non individuammo in questa terra prodotto di alcun interesse a
parte le grandissime foreste. Alcune colline potrebbero contenere
metalli. Infatti a molti vedemmo grossi grani di rame nelle orecchie.
Partimmo seguendo la costa in direzione di nord-est,
che ci apparve la più bella, aperta e priva di foreste, con alte
montagne nell'entroterra che si abbassavano gradualmente verso il
litorale.
In un tratto di cinquanta leghe (300 chilometri)
scoprimmo 32 isole. Le tre più grandi le chiamammo Le tre figlie
di Navarra e tutte erano in prossimità del continente, piccole e
di bello aspetto, montagnose e allineate alla terraferma, tra le quali
si formavano magnifici porti e canali come nel golfo Adriatico,
nell'Illiria e nella Dalmazia. Non avemmo contatto con gli abitanti, ma
pensiamo che non siano diversi dagli altri per aspetto fisico e
costumi.
Navigando tra subsulano (levante o est) e aquilone (nord) dopo aver percorso centocinquanta leghe (900 chilometri)
arrivammo vicini alla terra scoperta in passato dai Britannici che
è situata alla latitudine di cinquanta gradi. Trovandoci a corto
di attrezzature navali e di viveri, dopo aver scoperto settecento e
più leghe (oltre 4200 chilometri) di nuove terre, ci rifornimmo di acqua e di legna e decidemmo di rientrare in Francia.
Quanto alla fede che professano tutte questi popoli
che abbiamo scoperto per la differenza di linguaggio non siamo riusciti
a farcene un'idea, né ci sono serviti a questo scopo i segni e i
gesti. Pensammo che non avessero nessuna fede o legge; che non
conoscessero una prima causa o motore; che non venerassero il cielo, le
stelle, il sole o la luna o altri pianeti; e che non praticassero
neanche qualche tipo di idolatria. Né ci risultò che essi
facessero sacrifici o altri atti di culto o che nei loro villaggi ci
fossero templi e chiese per pregare. Pensiamo che non professino
nessuna fede e che vivano in totale libertà.
E tutto ha come causa l'ignoranza: perché
è molto facile persuaderli e tutto ciò che - in fatto di
culto divino - vedevano fare a noi cristiani essi lo facevano pure, con
lo stesso zelo e l'entusiasmo nostro.
Dalla nave Dalfina, dì 8 di luglio 1524
Humilis servitor Ianus Verazanus.
A Leonardo Tedaldi o a Tomaso Sartini, mercanti in Leone. Mandaretelo a Bonacorso Ruscelli.
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